...Metal Head in Over...

MOTORHEAD
OverKill
1979, BronzeHeavy
Trash/Rock n 'Roll

Chi non conosce i Motorhead? Da sempre la band inglese, capitanata dal mitico Lemmy (uno dei miei miti preferiti, prototipo del classico metallaro rozzo, birraiolo e casinaro) è sinonimo di grande Heavy Metal, suonato col cuore e con la stessa trentennale passione di sempre. L’album qui preso in esame (che tono serio…..) è il grande Overkill, il secondo album della band (terzo se vogliamo includere il debutto ufficioso On Parole), ma è il primo album che porta il gruppo da un sound particolarmente rock and roll del precedente album ad uno decisamente più metallico e veloce. Cosa molto importante: il cd fa parte della "Sacra Triade" (sempre sia lodata!!!) dei capolavori che hanno consacrato i Motorhead alla storia della musica: Overkill, Bomber (entrambi del 1979) e Ace Of Spades, uscito l’anno successivo. Qui ritroviamo la band con la classica formazione composta da Lemmy Kilmister (Basso e voce, OLE’) Eddie "Fast" Clark (chitarra, OLE’) e Philty "Animal" Taylor (batteria, OLE’), fautori di un classicissimo Heavy metal senza inutili fronzoli, a velocità serrate, dai riff graffianti e dagli assoli travolgenti. La struttura delle canzoni è piuttosto simile per tutti i brani (riff, strofa, ritornello, assolo, strofa, ritornello) ma ogni brano ha contenuti molto diversi rispetto ad un altro, rendendo il disco, a mio parere, mai noioso. Il compito di opener al platter è affidato alla title track, “Overkill”, pietra miliare dei Motorhead obbligatoria negli show live: la voce rauca caratteristica di Lemmy ci delizia con quella tonalità grezza che solo lui possiede, Philty picchia maledettamente dietro le pelli e ci da dentro con la doppia cassa e Eddie ci regala come sempre un' esibizione carica di feeling col suo strumento. E' una canzone parecchio ingannevole, che per due volte fa finta di fermarsi e prosegue con fiammanti assoli (particolarmente spettacolare quello sul finale in distorsione); impossibile rimanere fermi di fronte a questa scarica di adrenalina! Si prosegue con “Stay Clean” , ottima canzone dal riff coinvolgente e dal ritornello molto catchy da ripetere in continuazione. E' uno dei brani preferiti live, particolarmente coinvolgente la cavalcata di basso di Lemmy al centro della canzone. Con un riff particolarmente R'n'R ha inizio “(I Won't) Pay Your Price”, a mio avviso il pezzo più debole dell'album, bellino, divertente, ma niente di più. Si aggira sulle stesse coordinate anche la seguente “I'll Be Your Sister”, godibile ma che non lascia certo il segno. Di tutt'altra pasta è la quinta traccia Capricorn, un vero e proprio classico della produzione del trio britannico. Un brano non troppo veloce, con una bella cavalcata di batteria, riff molto particolari ed un Fast Eddie particolarmente ispirato alle sei corde, superba. Pezzo rimasto alla storia (probabilmente il migliore insieme alla title track) è “No Class”, un boogie-metal dal sapore vagamente southern, dal riff quadrato, ideale per headbangare selvaggiamente come solo un vero heavy metal maniac sa fare. “Damage Case” è un' altra perla essenziale della discografia Motorheaddiana, adrenalina pura, un ritornello che si pianta nella vostra testa, un grande Philty alla batteria, Lemmy fa vibrare come solo lui sa quel suo basso marcio e ultra distorto ed Eddie è sempre il solito asso della chitarra. La prossima canzone è “Tear Ya Down”, un bel pezzo ritmicamente punkeggiante, degna di nota il basso dominante in questa song ed i giri di chitarra melodici ed incisivi. Riprendiamo il respiro (quasi sia…) con “Metropolis”, un hard rock carico di fascino e di phatos, lento e pacato, ma non per questo meno coinvolgente o spettacolare. Mette addoso una strana sensazione, appunto un' atmosfera da triste metropoli tecnologica del futuro. Da applausi la prova chitarristica di Eddie Clarke ed il pezzo di batteria centrale di quel mito che è Philty Taylor (lo sapevate che ha smesso per un periodo di suonare con i Motorhead perchè è svenuto durante un esbizione particolarmente adrenalinica?). La chiusura dell' LP è affidata a “Limb From Limb”, il brano più atipico del disco che non presenta il solito schema tanto caro al gruppo, ma alterna una fase lenta e bluesy a pezzi speed con relative rasoiate chitarristiche; è uno dei migliori pezzi proprio grazie alla sua diversità.In definitiva questo è un album essenziale (insieme ai due successivi più il grande live) di una band che ha fatto la storia del metal. E’ un disco che ha ispirato generazioni e interi gruppi (basti pensare a tutto il movimento della NWOBHM): insomma una pietra miliare nella storia del metallo. Se ancora non lo avete (ma ne dubito) non vi resta altro che procurarvelo ed andare alla grande con la band più loose del mondo.


Line-up:
Ian Fraser “Lemmy” Kilmister – Vocals & Bass
Phil “Philthy Animal” Taylor – Drums
Edward “Fast Eddie” Clark – Guitars & Backing Vocals

Track list:
1. Overkill
2. Stay Clean
3. ( I Won’t ) Pay Your Price
4. I’ll Be Your Sister
5. Capricorn
6. No Class7. Damage Case
8. Tear Ya Down
9. Metropolis
10. Limb From Limb







...The Hero of the Tapping...

VAN HALEN
Van Halen I
1978, Warner Bros
Hard&Heavy
Il debutto dei Van Halen, nel 1978, non poteva essere più roseo di così. Alcuni tra i più famosi brani entrati a far parte della storia del rock sono racchiusi proprio in questo disco: “Runnin’ With The Devil”, “You Really Got Me”, “Ain’t Talkin’ ‘Bout Love”, (tanto per citarne qualcuno), sono da considerare dei classici per eccellenza.

I due fratelli Alex e Edward, di origini olandesi e dalle idee molto brillanti, fondarono quello che sarebbe stato uno dei gruppi più amati e apprezzati.Eddy Van Halen è uno dei pochi chitarristi che può vantarsi di aver creato un suo proprio stile, ispiratore di tanti musicisti più giovani. Insieme all’esplosiva carica di David Lee Roth ed al talento di Alex Van Halen e Michael Antony, si venne a formare un magnifico gruppo.Questo capolavoro rappresenta il momento più felice e l’ispirazione più grande che una giovane band di Pasadena possa aver avuto! L’esordio con una gavetta uguale a tanti altri, suonando in piccoli clubs di Los Angeles, e poi l’incontro con Gene Simmons, finanziatore del loro decisivo demo. Senza contare che le radio americane hanno continuato a passare i brani di questo disco per anni e anni, facendolo diventare un vero e proprio mito!Oltre ai grandi classici menzionati sopra, si può definire tutto l’album eccellente: come non restare sbalorditi ascoltando l’esibizione strumentale di Eddy Van Halen in “Eruption”? Oppure la vivacità di “I’m The One” e “Atomic Punk”, così ben interpretate dall’esuberante David Lee Roth! E mentre “Jamie’s Cryin” e “Little Dreamer” sono un po’ più melodiche, “Ice Cream Man” si basa su atmosfere più blues. Il disco chiude con “On Fire”, molto intensa, con un bell’assolo di Eddy.Di sicuro i Van Halen hanno proposto molti altri grandi lavori nella loro carriera, ma questo secondo me è qualcosa di unico e irripetibile!

Tracklist :
1) Runnin' with the devil
2) Eruption
3) You really got me
4) Ain't talkin' 'bout love
5) I'm the One
6) Jamie's Cryin'
7) Atomic Punk
8) Feel your love Tonight
9) Little Dreamer
10) Ice Cream Man
11) On Fire

Line-up:
Vocals DAVID LEE ROTH
Guitars EDWARD VAN HALEN
Bass Guitar MICHAEL ANTONY
Drums ALEX VAN HALEN

...Fucker Four for Texas...

PANTERA
Cowboys From Hell
1990, ATCO Records
Thrash Metal/ Groove Metal



Fondati nei primissimi anni ’80 dai fratelli Darrell e Vinnie Paul Abbot, rispettivamente chitarrista e batterista, i Pantera iniziarono la loro lunga carriera già nel 1981 nei locali texani proponendo un Hard n’Heavy molto distante dalla proposta musicale per i quali sono oggi conosciuti, tanto che il loro esordio Metal Magic del 1983, così come gli altri album successivi fino a Power Metal del 1988, erano tutti improntati ad un sound parecchio incline all’Heavy classico.In realtà una prima avvisaglia di ciò che sarà si ha già nel più veloce e pesante Power Metal, il primo infatti con Phil Anselmo dietro il microfono a sostituire Terry Lee, ma è appena due anni dopo, nel 1990, che avviene la svolta vera e propria, grazie a Cowboys From Hell, con il quale i fratelli Abbot inaugurano il loro nuovo sound fatto di una violenza, ira e cattiveria inaudite e senza precedenti, ottenuto miscelando l’Hardcore americano più duro ed incazzato al Thrash ottantiano dei vari Metallica, Slayer e Venom. Il nuovo corso porta bene ai Pantera che con quest’album si conquistano una larga fetta di quel pubblico che chiedeva nuove direzioni e nuove soluzioni in una scena, quella del metal estremo, che sembrava esser divenuta un po’ statica. La band texana, prima snobbata, veniva adesso vista sotto un diverso punto di vista, erano loro ora i portatori del nuovo, coloro che avrebbero poi influenzato le successive generazioni di metallers, chi può infatti negare l’importanza che ha avuto questa band per il numetal e per il metalcore, o forse tutto ciò che termina in –core. Può sembrare strano ma un Phil Anselmo ancora non totalmente lacerato dall’alcool regala una prestazione unica, pure nel prendere le note più alte, quasi fosse un cantante di una Power band, mentre un chitarrista geniale come Dimebag (RIP) collezionava riffs veloci e violenti sempre sostenuti da linee di basso ben marcate.L’inizio, affidato a Cowboys From Hell, fa già intendere il tenore dell’album, grande tecnica chitarristica e velocità per riffs cattivi ed una sezione ritmica devastante fanno della title-track un manifesto della potenza espressa dal gruppo texano, sempre cattiva e frenetica la seguente Primal Concrete Sledge che vede al basso un Rex in grande spolvero, come un concentrato di violenza e ritmi frenetici è Psycho Holiday che riesce perfettamente a trasmettere la paranoia contenuta nei suoi testi, fino ad Heresy ennesimo pezzo veloce e potente che da molti viene considerato uno dei loro pezzi migliori. Piccola pausa col mid-tempo Cemetary Gates, una delle mie preferite, bellissima song melodica e conturbante, dove la chitarra diviene più pulita e l’interpretazione del singer graffiante ed incisiva, e si riprende subito a pestare con Domination, pezzo iper-veloce con un Vinnie Paul senza più freni, mentre la bellissima Shattered ci mostra le origini musicali dei Pantera, infatti è un bel pezzo di Heavy accelerato e “Panterizzato”. La parte finale dell’album continua in maniera violenta e veloce, eccezion fatta per la più lenta Medicine Man, solo con qualche cambio di ritmo in più, come avviene in Message In Blood e in The Sleep dove l’impetuosità viene bruscamente stoppata da improvvisi stacchi melodici che intervengono sulle composizioni come un fulmine a ciel sereno, mentre la furia distruttiva di Clash With Reality e di The Art Of Shredding ci accompagnano alla conclusione dell’album.In conclusione quest’album può piacere o meno, ma di certo rappresenta il punto d’avvio di una nuova stagione del Metal, una svolta che poi ha portato, come già detto, alla nascita di gran parte dei più moderni modi di intendere il Metal, basti ascoltare alcuni dei loro riffs, e non solo quelli contenuti qui, si pensi anche a Walk o I’m Broken, per ritrovarli, più o meno rivisti e personalizzati, in molti dei lavori che ci vengono presentati ai nostri giorni.


LINE UP:
- Phil Anselmo - voce
- Darrell “Dimebag” Abbot - chitarra
- Rex Brown - basso
- Vinnie Paul Abbot - batteria


TRACKLIST:
1. Cowboys From Hell
2. Primal Concrete Sledge3. Psycho Holiday
4. Heresy
5. Cemetery Gates
6. Domination
7. Shatteres
8. Clash With Reality
9. Medicine Man
10. Message In Blood
11. The Sleep
12. The Art Of Shredding

...Eddie kill all...

IRON MAIDEN
KILLERS
1981, EMI Records
Heavy Metal

"Killers", degli Iron Maiden, uscì quasi due anni dopo al debutto, che arrivò al quarto posto delle classifiche inglesi, lanciando loro verso un pubblico abbastanza ampio, che tenderà pian piano ad ingrossarsi fino a riempire intere arene, come in diversi live da loro pubblicati.
La line-up aveva subito la prima di una lunga serie di variazioni, con Harry Smith che aveva sostituito il poco ricordato Dennis Stratton. Questo fù un importante cambiamento, non solo perchè Smith era tecnicamente superiore a Stratton, ma anche perchè egli contribuì a scrivere una buona parte delle canzoni insieme ad Harris. Per il resto, alla voce c'era ancora il buon Paul Di Anno, con la sua voce profonda e calda, in seguito sostituito dal più tecnico Dickinson, per colpa della sua dipendenza dall'alcool e dal fumo, così trascurando la propria voce.
L'album inizia con una perla strumentale di 1 minuto e mezzo, The Ides of March, e fin da subito la Vergini dimostrano che il loro debutto non era un fuoco di paglia, riuscendo ad inserire in quel misero minuto e mezzo, quanto meglio si poteva fare, grazie anche ad un intreccio di assolo incredibile, iniziato prima da Smith e chiuso da Murray. Proseguiamo e troviamo un altro classico, Wrathchild, aperto da un giro di basso molto bello, e da un accompagnamento perfetto dei chitarristi (interrotto da qualche scala) e del perfetto Clive Burr, che non sbaglia un colpo in tutto l'album, sempre puntuale nei rulli e nel ritmo, fino ad arrivare allo splendido ritornello. Storia del metal. Murders in the Rue Morgue all' inizio assomiglia molto alla mitica Children of the Damned, ma poi si dimostra ben più veloce e elettrizzante, assomigliando di più alla canzone che precedeva il pezzo dell'album "The Number of the Beast", Invaders.
Another Life inizia con un riff, un assolo ed il solito giro di basso, tutti molto difficili, e proseguendo diventa sempre più veloce ed "agitata". I due chitarristi, grazie ai loro splendidi assoli, sembrano coinvolti in una "sfida", forse per chi brucia per primo la propria chitarra con le proprie dita, e tutto ciò viene dimostrato in un altra grande canzone strumentale, Genghis Kahn, dove nel mezzo mi sembra di scorgere un riff già sentito in Halloweed By Thy Name. Per capirci, sin qui abbiamo sentito SOLO capolavori, ed in mezzo a questi capolavori, pezzi come Innocent Exile o Purgatory rientrano nella norma, ma in un normale album sarebbero stati il pezzo forte. Pensate poi, se fra tutti questi capolavori sbuca fuori un capolavoro ancora più immenso, la title-track. No comment ragazzi, una capolavoro della stroria degli anni 80'.


Track List:
1. The Ides Of March
2. Wrathchild
3. Murders In The Rue Morgue
4. Another Life
5. Genghis Khan
6. Innocent Exile
7. Killers
8. Prodigal Son
9. Purgatory
10. Twilight Zone
11. Drifter


Line-up:
Steve Harris - Bass
Dave Murray - Guitar
Paul D'Anno - Vocal
Clive Burr - Drum
Adrian Smith - Guitar




...The Four Hourseman!!!...

METALLICA
Master Of Puppets
1986, Elektra
Trash Metal/ Heavy Metal

L'intro è di quelli che non ti aspetti: una chitarra dolce e decisa che ne sostiene altre due saggiamente armonizzate. Sembra di essere direttamente catapultati in un classico western firmato Sergio Leone, ma si sa, spesso le apparenze ingannano; stiamo per entrare nel capitolo più importante della saga heavy-metal, dove a farla da padrone è il thrash con i suoi più grandi interpreti (e ideatori al di là di false leggende e bugie metropolitane): i Metallica. L'avventura ha il nome di "Master Of Puppets" (mastro burattinaio), album biblico per i thrasher di tutto il mondo e prova tangibile di come nella musica, così come nel comun vivere, possano coesistere e trovare libera espressione fusioni di elementi apparentemente poco conciliabili: rabbia selvaggia e ingenua melodia danno vita a leggendari riff, che rendono le chitarre pazienti schizofrenici nelle mani di esperti psicologi. E' il capolavoro indiscusso dei Metallica, è il capolavoro indiscusso del thrash.

I Metallica si presentano al loro terzo appuntamento in forma smagliante, forti anche di un'etichetta come l'Elektra in grado di innalzare e ampliare il target, e con quella che i fan considerano la loro formazione storica e anche la meglio riuscita: Hetfield voce e chitarra, Ulrich batteria, Hammett chitarra solista, e infine Burton, mitico bassista elettrico degli anni Ottanta, tragicamente scomparso in un incidente stradale (durante una tournée svedese), pochi mesi dopo il concepimento del disco. La sua scomparsa sarà per il gruppo e per i fan una perdita incolmabile.

Siamo nel pieno svolgimento degli anni Ottanta, la musica si dipana in maniera confusa e abbraccia generi diversi e sfaccettature che molto spesso non collimano tra loro; sono questi gli anni del synth-pop, del ritorno di fiamma di generi quali l'hard-rock o la psichedelia, mentre gruppi come i Metallica o i Megadeth esplorano frontiere più estreme, cercando nell'heavy-metal una forma di espressione che sappia, attraverso parole e suoni, denunciare in maniera attiva e aggressiva le falle del sistema socio-politico; celebre la frase e canzone del disco precedente "Ride The Lighting": "Fight fire with fire" ("combatti il fuoco con il fuoco").

Dopo l'introduzione già citata in partenza, il brano di lancio del disco, "Battery", sembra riportare alla memoria dei puristi il riff d'apertura del precedente lavoro: il passaggio di chitarra è violento e scarno, e a esso ben presto si sovrappone la veemenza incontrollata del batterista Lars Ulrich, il quale riversa potenti rullate che, come macigni, aggrediscono l'ascoltatore... "only the brave!". Ben presto fa il suo primo ingresso la voce di Hetfield e, nonostante il riff sia fatto di semplici slide su un accordo di base in mi, la sua voce riesce a intonare una convincente strofa per un ritornello che in crescendo comunica movimento e forza. L'esercizio di chitarra che apre la seconda parte della canzone è l'essenza dei Metallica: poche note intrise di vigore e melodia, giusti antipasti per il "primo" assolo di Hammett, che dimostra gli evidenti miglioramenti di due anni di lezioni impartitegli, come leggenda narra, dal mitico Joe Satriani.

Si sta giusto per tirare il fiato quando, d'improvviso, squarci di chitarra irrompono di nuovo senza apparente tregua: si impadroniscono della scena quelle che molti considerano le frasi migliori mai pronunciate dal thrash; è il momento della title track, della summa del movimento partito pochi anni prima dalla Bay Area di San Francisco: è il momento di "Master Of Puppets". Gli accordi penetrano e si insinuano nella mente come tormentoni, il riff incalza in maniera petulante, la voce non lascia scampo: "Ma ster! Ma ster!". L'irruenza lascia come da copione spazio alla dolcezza: arpeggio in perfetto stile Metallica, mentre Hetfield è superbo nel cucire un assolo mai banale e ricco di pathos. La breve pausa di riflessione termina con lo stesso arpeggio suonato in palm-muting con una distorsione carica, dura che fa sprofondare la melodia in rabbia ancor più rude; c'è ancora tempo per un nuovo guitar solo di Hammett, un ritorno al tema portante del brano e una risata sarcastica del nostro burattinaio.

La terza traccia dell'album "The Thing That Should Not Be", apre il primo di due esercizi sperimentali (l'altro passaggio è quello di "Leper Messiah"), nei quali il gruppo cerca di esprimere durezza e vigore non attraverso la velocità del suono, ma attraverso la ricerca di fusion rumoristiche che sappiano comunicare il lato "pesante" della musica. La schizofrenia sonora rientra prepotentemente d'attualità nella ballata di turno "Welcome Home (Senatarium)": un brano sospeso tra "Fade To Black" dell'album precedente, dal quale assorbe la morbidezza dell'esecuzione , e "One" del lavoro successivo, del quale anticipa la veemenza devastante della sequenza conclusiva; pur non essendo la miglior ballata dei Metallica, può a ragione essere considerata la più completa ( forse la "ballata perfetta" del thrash).

A questo punto l'album sta per volgere al termine, mancherebbero però un brano strumentale e una degna conclusione: eccoci accontentati. Lo strumentale in questione è "Orion", colosso del prog-metal (sperimentato dal gruppo in verità già due anni prima con "The Kall Of The Ktulu"), dove tecnica ed estetica sonora riescono, pur esprimendosi in dosi massicce, a essere parti dello stesso insieme, trovando sinergie considerate prima quasi irraggiungibili; l'ultimo grido dell'album appartiene invece a "Damage Inc.", brano dal sapore speed-metal che rievoca le origini dei quattro, riaccendendo gli entusiasmi dei nostalgici di "Kill 'Em All", filtrando però la ricetta con una consapevolezza nuova e matura, degna di un gruppo prossimo alla leggenda. L'ultimo giro di critiche spetta alla traccia cinque dell'opera: "Disposable Heroes": un saggio di ritmica come pochi altri se ne ricordano.

Il 1986 può, a ragione, essere considerato la "cima Coppi" del thrash, grazie soprattutto a questo disco, in grado, come pochi, di regalare emozioni forti. Gemme chitarristiche , potenti rullate e armonici giri di basso sono magistralmente manipolati dai quattro cavalieri che, come guerrieri romantici, si muovono in cruenti campi di battaglia, senza mai perdere di vista la saggezza armonica dello spirito.

Track List:
1.Battery
2.Master Of Puppets
3.The Thing That Should Not Be
4.Welcome Home (Sanitarium)
5.Disposable Heroes
6.Leper Messiah
7.Orion
8.Damage, Inc.

Line-Up
James Hetfield - Guitar, Vocals
Lars Ulrich - Drums
Cliff Burton - Bass
Kirk Hammett - Lead Guitar

...Bach&Co. nell'olimpo del Rock...

Skid Row
Skid Row
1989, Atlantic
Hard Rock/ Heavy Metal

Durante tutta la decade ottantiana furono coniati i più diversi e disparati, talvolta anche improbabili, termini e sottoclassificazioni riconducibili all'hard rock, dal glam metal (parente stretto del glam rock dei '70) allo street, dallo sleaze all'hair metal, fino al pop metal. Bene, una qualsiasi di queste definizioni, perfettamente si adattava ad individuare il sound degli Skid Row, i quali univano ad un'impostazione di fondo tipicamente street, riconducibile a band quali Guns N' Roses o Motley Crue, quell'attitudine glam in stile Poison, e soprattutto quella ricerca della facile melodia ad effetto che prima di loro aveva contraddistinto i Bon Jovi, band nella quale aveva avuto una precedente e brevissima esperienza il chitarrista Dave Sabo, presto scartato per lasciare il posto a Ritchie Sambora.Proprio dallo stesso Sabo e dal bassista Rachel Bolan furono fondati gli Skid Row nel 1986, ma a rubare totalmente la scena ai due fu il biondo cantante Sebastian Bach, in possesso di doti vocali che gli valsero le attenzioni di critica e pubblico, ma anche fisiche che lo posero all'attenzione del più adolescenziale pubblico femminile. Anche questo contribuì al loro immediato successo, oltre ovviamente a quel ben riuscito mix di gusto melodico da una parte e grinta ed attitudine stradaiola dall'altra, che permetteva alle loro composizioni di non risultare mai eccessivamente sdolcinate, il tutto ben reso e impreziosito dalle graffianti chitarre e dagli squillanti e laceranti acuti del singer, il quale metteva in mostra un invidiabile bagaglio ed una estensione vocale fuori dal comune.

L'esordio avviene nel 1989 con quest' album omonimo, grazie al quale divennero ben presto padroni del mercato discografico statunitense prima, ed internazionale dopo, dato che questo loro primo lavoro riuscì a vendere moltissime copie ovunque, consegnando agli Skid Row un successo immediato e forse inaspettato, anche e soprattutto presso un pubblico adolescenziale che non perse tempo ad elevare il cantante Bach a propria icona.Nonostante i brani contenuti in scaletta siano tutti meritevoli, in realtà l'album deve le sue maggiori fortune, in particolare ad un trittico di brani davvero entusiasmante. Innanzitutto la semi-ballad 18 And Life, incentrata sulle sventure del giovane ribelle Ricky, in cui il lento ed arpeggiato inizio viene infranto dal primo lacerante acuto di Bach, lasciando così spazio a quell'essenza più selvaggia ed adrenalinica del loro hard rock, ed è proprio questa essenza che più esalta sia la superba ed irraggiungibile interpretazione di Bach sia la meravigliosa prova delle chitarre, specie in quell'assolo finale di Sabo che sembra quasi una linea continua con l'urlo del singer. I Remember You invece è più dolce e delicata, molto più vicina ai canoni propri della ballad romantica, ma sempre grintosa e mai sdolcinata, con un Bach ancora superlativo ed assoli memorabili. Altro classico di quest'album deve necessariamente considerarsi anche Youth Gone Wild, motivo elettrizzante e rockeggiante, che presenta un riff tanto semplice e grezzo quanto diretto ed efficace, un chorus potente ed esplosivo, ed ancora una grande prova delle chitarre e del basso di Bolan. Oltre a queste tre hit di grande successo però, l'esordio discografico degli Skid Row mostrava una completa rassegna di tutto ciò che la loro proposta musicale era in grado di offrire, si andava così dallo street duro e cattivo dell'opener Big Guns all'hard n' heavy di scuola glam metal prima ondata (W.A.S.P., Twisted Sister) di Piece Of Me, ed ancora dalle veloci, grezze e punkettare Sweet Little Sister e Makin' A Mess, di chiara ispirazione Guns, al quasi heavy di Midnight/Tornado, forse uno dei brani più ingiustamente sottovalutati di questa band, alla cui stesura partecipò Matt Fallon, presto sostituito da Bach al microfono. Here I Am è molto orecchiabile ma di contro un po' troppo prevedibile, benché mantenga sempre un buon tiro, molto meglio invece sia Rattlesnake Shake che Can't Stand Heartache, altri due pregevoli esempi di ottimo compromesso tra quell'aggressività e quell'attitudine stradaiola e selvaggia tipica dello street e quel fine e ricercato gusto melodico tipico dell'hair/pop metal.

Skid Row è stato un album che ha segnato un periodo, uno di quei lavori che sono rimasti scalfiti nella memoria e nel cuore di chi ha vissuto quegli anni, ed insieme all'ottimo successore Slave To The Grind del 1991 rappresenta l'apice della rock band del New Jersey, oltre che uno degli album più amati e popolari del rock ottantiano, capace di divenire per ben cinque volte disco di platino. Nel frattempo l'enorme successo e le continue intemperanze del troppo giovane ed irrequieto Bach, arrestato nel 1989 dopo essersi tuffato sulla folla ed avere aggredito e picchiato un fan colpevole di averlo (peraltro pare involontariamente) ferito con una bottiglia, acuirono le tensioni tra i cinque, che avranno giusto il tempo di regalarci un altro meraviglioso album, cioè il già citato Slave To The Grind, prima di sprofondare in un abisso dal quale non si sono mai più ripresi.


LINE UP:
Sebastian Bach - voce
Dave Sabo - chitarra
Scott Hill - chitarra
Rachel Bolan - basso
Rob Affuso - batteria

TRACKLIST:
1. Big Guns
2. Sweet Little Sister
3. Can't Stand Heartache
4. Piece Of Me
5. 18 And Life
6. Rattlesnake Shake
7. Youth Gone Wild
8. Here I Am
9. Makin' A Mess
10. I Remember You
11. Midnight/Tornado

...Live ?!*@ Like a Suicide...

Appetite For Destruction
Guns n' Roses
1987, Geffen
Street Rock/Hard Rock

A volte nel mondo del rock accadono strani fenomeni, a volte inspiegabili inspiegabili, spesso di durata molto breve, genericamente indicato come “meteore”.Una delle queste stelle cadenti che sorse alla fine degli anni ’80 fu un gruppo di cingue giovani ventenni con problemi di intossicazione passati alla storia con il nome di Guns’n’roses.Un giorno un commentatore per definitirli uso’ questa metafora:”E’ come se qualcuno sia andato da Dio nella prima meta’ degli anni ’80 a chiedere di fornire cinque persone che prese singolarmente fossero delle perfette nullita’ ma che insieme formino una rock band”, giudizio assolutamente calzante, specialmente oggi confrontando quello che I cinque hanno fatto da quando le loro strade si sono separate con il loro primo lavoro, passato alla storia come Appetite for destruction.I Guns’n’roses si formarono e riuscirono ad emergere dall’ambiente fertile e turbolento della Los Angeles degli anni ’80, non senza molte difficolta’, come entita’ a parte costituita da meta’ della band denominate Hollywood Rose assieme agli elementi espulsi dai L.A.Guns nel 1985, il risultato di questa fusione forzata dagli eventi fu la presenza in un solo gruppo di cinque personalita’ musicali completamente differenti: un chitarrista blues angloamericano (Saul Hudson, al secolo Slash), un talentuoso compositore rock/country (Izzy Stradlin’,vera anima dei G’n’R), il suo amico cantante Axl Rose (con lui emigrato dal profondo Mid West), un bassista punk di Seattle (Duff McKagan) e un ex compagno di corso di Slash che aveva abbandonato la chitarra per didicarsi alla batteria (Steve Adler). Il risultato fu quello che ben presto nel circuito dei club di L.A. si presento’ come “l’ultimo gruppo rock dal tempo degli Aerosmith”.Immediamente messi sotto contratto dalla Geffen, i lavori per quello che sarebbe diventato Appetite cominciarono subito, ma I problemi di droga uniti alle tensioni fra I vari membri causarono l’estrema lentezza con cui il materiale venne provato, registrato, rielaborato e reinciso piu’ volte. I lavori, con estrema irritazione della compagnia discografica, che voleva lanciare il disco nel 1986, alla fine durarono oltre due anni, quando finalmente Appetite fu lanciato il 21 luglio 1987, per essere subito ritirato dal commercio a causa della copertina raffigurante un quadro di Robert Williams immediatamente censurato (nella versione definitiva in copertina finira’ il famoso tatuaggio di Axl con il logo del gruppo, mentre l’artwork originale si trova al centro del booklet).Dal punto di vista musicale il lavoro ancora oggi sorprende per la densita’ compositiva delle piu’ alte mai registrate in un LP rock: 12 canzoni, 59 minuti, decine di riff concatenati l’un altro, armonizzazioni estremamente complesse, cambi di tempo e ritmiche complesse che mostrano uno studio appronfondito di quasi tutti I complessi rock precedenti (Led Zeppelin, Queen, Aerosmith, Black Sabbath) uniti a una gran voglia di riuscire ad imporsi in un ambiente cosi’ esigente e competitivo.Welcome to the Jungle, canzone “manifesto” del gruppo, comincia con un’introduzione di Slash con un eco settato in maniera da raddoppiare le crome effettivamente suonate creando un effetto dei piu’ belli, esplorando idée utilizzate prima solo da Brian May dei Queen, mentre “it’s so easy” e’ un pezzo piu’ di ispirazione punk dove la linea di basso di Duff guida il gruppo. La celebre Nighttrain, canzone che narra del cocktail preferito dalla band ai tempi in cui non si potevano permettere di spendere piu’ di un dollaro per ubriacarsi, si basa su una linea melodica alla chitarra che viene doppiata da Axl e armonizzata da Stradlin’, mentre Out ta get me si sviluppa attorno a un pigro riff in sol minore.Una delle canzoni piu’ famose dell’album e’ indubbiamente Mr.Brownstone, anche perche’ affronta la tematica del rapporto dei cinque con l’eroina (Mr.Brownstone era lo slang losangelino usato negli anni ’80 per questa droga). Il pezzo mostra il lato piu’ hendrixiano e psichedelico, specie nell’uso del wah wah per il riff principale.Paradise city e’ un altro inno dei G’n’R, e avra’ l’onore di diventare la chiusura standard dei loro concerti: si apre con una arpeggio di sol maggiore molto country che poi, dopo il chorus, sfocia in un riff “preso in prestito” dai Black Sabbath (Zero the Hero, Born again 1983…) e si chiude con uno dei pochi assoli veloci di Slash.In effetti l’influenza della band di Birmingham si sente anche nell’introduzione di “My Michelle”, un leggero arpeggio con un suono pulito che contrasta con il riff pesante che lo segue, e il ritornello raddoppia la velocita’ metronomica. Per la cronaca, la canzone parla della prima ragazza di Rose a Los Angeles…“Think about you” e’ un solido rock’n’roll di reminiscenza vagamente AC/DC e Led Zeppeliniana, mentre la coda, con il suo vocalizzo potente e gli arpeggi, ricorda molto lo stile dei primi Scorpions.Sweet child O’mine e’ il pezzo che ha lanciato l’album e ormai e’ diventato un classico del rock, secondo Slash l’intruduzione in re maggiore non era altro che un esercizio che ripeteva ogni volt ache prendeva in mano la chitarra, fino a quando Izzy trovo’ fuori la sequenza di accordi per il riff. Nonostante non sia il pezzo che gli ha fatto conoscere al vasto pubblico, Slash non ha mai nascosto di considerarlo non piu’ di “due chitarre che cazzeggiano attorno a due note”.Altra interessante canzone e’ “You’re cray”, un rock’n’roll veloce nato originariamente come acustico a velocita’ metronomica lenta poi raddoppiata per la versione sull’a;bum, mentre la versione originale comparira’ su Lies...illuminante per capire lo stile di composizione della band alle sue origini.“Anything goes” pare sia il primo pezzo registrato dalla band per l’album nel 1985/1986, originariamente infatti apparteneva al repertorio degli Hollywood rose, con il titolo di “my way, your way” per poi essere rielaborata nella forma presente in Appetite, in effetti la struttura del pezzo e’ molto semplice ed e si puo’ notare come la canzone sia “crescita” in sala di registrazione a poco a poco.“Rocket queen” e’ la chiusura dell’album,e come tale non puo’ essere una canzone “usuale”: il pezzo piu’ lungo dell’album parte come una improvvisazione in fa minore, con batteria e basso che guidano il lavoro fino al riff armonizzato dalla chitarre. La storia narrata da Axl riguarda la batterista di un altro garage group di quei folli anni ’80 a L.A., decisamente oltraggiosa come il lungo assolo con il bottleneck di Slash, che rivela le influenze blues del chitarrista. Subito dopo, pero’ , segue un solido riff dal sapore quasi metal, che porta alla parte conclusiva della canzone, caratterizzata da un delicato arpeggio con un suono molto chorusato su cui Axl canta il “messaggio” di commiato della band all’ascoltatore. Sicuramente uno dei momenti piu’ alti di un album che decisamente non ha alcun basso.Molte cose si potrebbero raccontare di “Appetite for destruction”, a partire dalla sua storia oggettivamente stupefacente ( due anni di gestazione, un esordio flop e una galleggiamento nelle fasce basse delle classifiche per un anno, poi seguita dall’”esplosione” in concomitanza all’azzeccatissimo video di Sweet Child o’mine, e ancora oggi un album che a 18 anni distanza dalla pubblicazione vende ogni anno migliaia di copie), ma la cosa migliore e’ ascoltarlo, e stupirsi ancora della sua carica di rabbia e freschezza immutata a distanza di decenni, che sigilla per semrpe la distruzione del sogno hollywoodiano.

Track List
1. Welcome To The Jungle
2. It's So Easy
3. Nightrain
4. Out Ta Get Me
5. Mr. Brownstone
6. Paradise City
7. My Michelle
8. Think About You
9. Sweet Child O' Mine
10. You're Crazy
11. Anything Goes
12. Rocket Queen

Line-Up
Axl Rose - Vocal
Slash - Lead&Rythm Guitar, acustic Guitar
Izzy Stradlin - Rythm Guitar, Vocal
Duff "Rose" McKagan - Bass, Vocal
Steven "PopCorn"Adler - Drum

« Quest'uomo è un genio! » (Bob Dylan riguardo a Lynott)

Jailbreak
Thin Lizzy
1976, Vertigo
Hard Rock

Probabilmente i Thin Lizzy sono il gruppo più sottovalutato nel panorama del grande rock dei seventies, sommersi dal quadriumvirato Zeppelin/Purple/Sabbath/Uriah Heep che imperava incontrastato sui fan della terra d'Albione. Eppure questo gruppo irlandese è di seminale importanza per tutto un certo tipo di musica che tra la fine dei '70 e l'inizio degli '80 farà la fortuna di band come Iron Maiden ed Angel Dust, a loro va quasi sicuramente attribuito il primo utilizzo delle twin guitars, le due chitarre soliste, che caratterizzeranno le produzioni dei già citati Maiden tanto per fare un esempio.
Capitanati dall'immortale Phil Lynott, bassista/cantante di origini brasiliane, con Jailbreak raggiungono l'apice della loro eccellente produzione. L'album si apre con la title-track caratterizzata da un riff spezzato tanto semplice quanto coinvolgente, il classico capolavoro da tre accordi, si arriva quindi a "Angel From The Coast" che passa godibilissima nei suoi tre minuti di durata. Senza infamia e senza lode "Running Back" che preannuncia la stupenda "Romeo And The Lonely Girl" in cui tutto il romanticismo di Lynott viene fuori con il suo tono triste ma nello stesso tempo scanzonato; passata "Warriors" ecco il pezzo più celebre della band ovvero "The Boys Are Back In Town", sfido chiunque ad ammettere di non averla sentita neanche una volta! 4:27 di elettricità pura con le twin guitars in evidenza nella parte finale. Dopo la nostalgica "Fight Or Fall" ecco "Cowboy Song" in cui tutta la passione di Phil Lynott per i film western e per la figura dei pionieri americani viene prepotentemente alla ribalta. Chiusura in grande stile con la superba "Emerald" in cui viene trattato il tema delle lotte per l'indipendenza irlandese con tutta la sua violenza e le sue tragedie; anche qui, oltre al grande Lynott, sono le due chitarre soliste a fare la parte del leone con intrecci e ricami che richiamano la tradizione folk/celtica della musica tradizionale irlandese.

Track List
1. Jailbreak
2. Angel From The Coast
3. Running Back
4. Romeo And The Lonely Girls
5. Warriors
6. The Boys Are Back In Town
7. Fight Or Fall
8. Cowboy Song
9. Emerald

Line-Up
Phil Lynott- Bass and Vocals
Scott Gorham- Guitar
Brian Robertson- Guitar
Brian Downey- Drums